domenica 6 novembre 2011

Le riforme del sistema regionale umbro


Sinistra Ecologia Libertà dell'Umbria intende partecipare a pieno titolo al dibattito in corso sulla cosiddetta riforma endoregionale. Si tratta di una discussione che può dar luogo a cambiamenti importanti, riducendo il solco oggi scavato tra cittadini e politica e avviare una nuova stagione del regionalismo. Affinché ciò si verifichi occorre innanzitutto rispondere ad una quesito preliminare, che riguarda gli obiettivi stessi della riforma, il suo senso: perché, e in quale direzione, va riformata la complessa impalcatura delle istituzioni umbre?
Le riforme del sistema regionale umbroUn rischio concreto che si corre, per l’urgenza delle riforme stesse, è quello di “strozzarela discussione e la partecipazione partorendo decisioni non attentamente studiate ed elaborate,  riproducendo  i medesimi errori che furono compiuti nel recente passato.
Una riforma coerente deve essere soprattutto incentrata sulla semplificazione e la deburocratizzazione del sistema istituzionale, deve favorire le risposte ai cittadini e alle imprese e deve liberare risorse da destinare allo sviluppo ed al miglioramento delle condizioni di vita soprattutto delle classi più deboli.

Alcune premesse di carattere generale sono d’obbligo.
Innanzitutto occorre pronunciarsi sul regionalismo, un’esperienza quasi cinquantennale che, tra luci e ombre, ha contribuito a definire i caratteri dell’Umbria contemporanea e a dare “peso” agli umbri nella vita del Paese. Da questa esperienza (l’esistenza dell’Umbria come regione dell’Italia e dell’Europa) non si deve recedere, ma  anzi va rilanciata la prospettiva di una nuova stagione del regionalismo, capace di accompagnare l’Umbria nelle tempeste dell’economia globale, respingendo il disegno - che riaffiora da più parti - volto a ridisegnarne i territori all’interno di costituende macro-regioni.
In quest’ottica, e per una garanzia di democrazia e salvaguardia della rappresentanza,  va respinta la riduzione a 20 del numero dei consiglieri regionali operata dal Decreto Legge N. 138/2011: piuttosto si raggiunga lo stesso risultato di risparmio mediante la riduzione delle indennità e l’abolizione dei vitalizi.  Contestualmente si deve cambiare la legge elettorale regionale con l’abolizione del listino che rappresenta la negazione della democrazia e della libera scelta dei cittadini.
Il disegno del Governo nazionale di riduzione costante della rappresentanza elettiva nei consigli comunali è il segno della volontà di restringere gli spazi di democrazia partecipativa: va  combattuto senza se e senza ma.
In generale la democrazia rappresentativa deve essere garantita e tutti devono  essere messi in condizione di poter fare politica non limitando la rappresentanza solamente a chi possiede mezzi economici elevati.
Altro obiettivo fondamentale è che le riforme debbono redistribuire il potere dall’alto verso il  basso. La polemica contro il ceto politico (la “casta”) e i suoi privilegi può infatti prendere due direzioni opposte.
Può risolversi a beneficio di poteri ed interessi già forti nella società (i potentati economici) e negli apparati pubblici (tecnocrazia e burocrazia): poteri non elettivi, opachi e lontani dal controllo dei cittadini.
Oppure può dare una risposta al fatto nuovo emerso di recente con i referendum sui beni comuni. E cioè la larga presenza di cittadini attivi che - da singoli o in forma associata – si “prendono cura” delle città e dei territori, dando vita ad una buona politica, fatta di competenze diffuse, di volontariato, di responsabilità civica.
Bisogna pertanto dare riconoscimento e poteri alla cittadinanza attiva, inventare nuovi strumenti di partecipazione e controllo dal basso, orientare verso i cittadini (e non verso i poteri forti e la  burocrazia) la necessaria cessione di potere detenuto dalla “politica”.
Senza dubbio bisogna cambiare, a partire dal superamento delle Province, evitando che, in nome della crisi e della semplificazione, i cambiamenti da attuare trasferiscano ulteriormente le decisioni verso l'alto annullando di fatto il controllo democratico dei cittadini (anche attraverso le forme associative), il ruolo delle Assemblee elettive e la necessaria trasparenza.
L’occasione delle riforme istituzionali deve essere colta anche come un grande momento di riqualificazione della macchina pubblica e di rimotivazione dei pubblici dipendenti (ad esempio  attraverso una puntuale e continua formazione) combattendo fenomeni diffusi di clientelismo che danneggiano il merito, esasperano i cittadini e negano ai giovani il diritto ad un trattamento imparziale. Sono altresì da evitare forme generalizzate o striscianti di privatizzazione, in materia di servizi pubblici locali, che, oltre a contraddire appunto la volontà popolare espressa nei referendum,  finirebbero per concentrare in poche mani grandi poteri economici.
Da questi obiettivi (regionalismo; promozione della cittadinanza attiva; imparzialità ed efficienza della pubblica amministrazione; difesa dei beni pubblici e comuni) discendono le opzioni che si propongono come contributo alla discussione. Si tratta di chiarire, una volta per tutte, l'articolazione istituzionale con determinazioni che durino nel tempo; e perciò si deve partire dalle questioni fondamentali e non affrontare ogni volta piccoli segmenti.
La gestione dei rifiuti, quella del sistema idrico integrato, la sanità, l'ambiente, il territorio, le fonti energetiche sono tutti argomenti da trattare con organicità e da inquadrare nella domanda fondamentale: chi fa che cosa? Tanto più se ad imporre le riforme sono, da un lato, la drammatica situazione economico-finanziaria nazionale, la crisi che morde e non accenna a scemare, le recenti manovre finanziarie di luglio ed agosto, il peso insopportabile delle ricadute negative sulle amministrazioni locali, sui cittadini e sulle loro famiglie, e, dall'altro, le nuove forme della cittadinanza attiva che ancora recentemente si sono espresse nei referendum sui beni comuni.

LE NOSTRE PROPOSTE

            A - L’assetto istituzionale del Paese deve essere articolato su tre livelli:
                        - Stato;
                        - Regioni;
                        - Comuni.
            La Regione assume i compiti di legiferare e programmare; ai Comuni (anche attraverso forme associative, per garantire adeguatezza ed economicità) spettano i compiti gestionali.
            B - Nel quadro suddetto va inserita una opportuna revisione di tali compiti (con conseguente riduzione numerica) delle Agenzie Regionali, scartando l'ipotesi di crearne delle nuove.

            In tema di gestione dei servizi si propone :
1.                  La creazione di 3 o 4 Unioni di Comuni per le politiche di area vasta (rifiuti, sistema idrico integrato, ambiente, territorio, assetto idrogeologico, sociale, turismo) che garantiscano una serie di sottoarticolazioni per la gestione associata delle funzioni fondamentali dei Comuni (polizia municipale, urbanistica, affari generali, istruzione) che chiaramente non possono essere svolte in un ambito troppo vasto. In questo quadro va prevista una deroga alla normativa nazionale che abbassi il limite minimo di 10.000 abitanti per le funzioni fondamentali dei piccoli Comuni.
2.                  Per quanto riguarda la gestione dell'acqua, si tratta di rispettare la volontà popolare espressa nei referendum della scorsa primavera. Obiettivo che si può raggiungere attraverso la proposta della Giunta Regionale di prevedere un ambito idrico unico, ma realizzando conseguentemente la creazione di un'unica azienda pubblica regionale senza scopo di lucro, dotata delle risorse economiche necessarie alla liquidazione dei soggetti privati che attualmente partecipano alla gestione del servizio. Altrimenti meglio lasciare le cose come stanno, salvaguardando così la VUS SpA, unica società a capitale interamente pubblico esistente in Umbria.
3.                  A proposito dei rifiuti, occorre evitare che, in nome della semplificazione organizzativa, avanzino ulteriori forme di privatizzazioni. Va incrementata la raccolta differenziata, va  scongiurata la creazione di nuovi inceneritori e vanno verificati tutti i sistemi innovativi esistenti per la chiusura del ciclo. La proposta della Giunta Regionale di riduzione degli attuali quattro ambiti territoriali va approfondita e chiarita. Se significa un ambito unico regionale va fermamente respinta, perché allargherebbe ulteriormente il raggio d’azione dei già potentissimi soci privati delle società miste.
4.                  Occorre procedere verso l'unificazione dei Consorzi di Bonifica (da tre ad uno) aggiungendo però anche le competenze in quella parte di territorio ove oggi non opera alcun consorzio. Vanno eliminate le sovrastrutture direzionali salvaguardando i livelli occupazionali e le professionalità in un settore delicatissimo.
5.                  Per le funzioni operative svolte dalle 5 disciolte Comunità Montane sono possibili diverse soluzioni. Possono essere unificate in un'unica azienda regionale, che assuma anche l’attività vivaistica; ma allora deve trattarsi di una azienda efficiente, innovativa, capace  (sotto la direzione pubblica) di operare quegli interventi di carattere ambientale ed idrogeologico che rappresentano una forte criticità della nostra Regione. Oppure, se dovesse essere soltanto un organismo di parcheggio temporaneo per gli operai forestali, sarebbe meglio rinunciare e riportare le funzioni in capo alle Unioni di Comuni.   

Perugia, 29 ottobre 2011
Coordinamento Regionale SEL Umbria

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